Quando la “neutralità” di un algoritmo si trasforma in ingiustizia

Quando la “neutralità” di un algoritmo si trasforma in ingiustiziaUn articolo recentemente pubblicato racconta la storia di un ragazzo con sindrome di Down, studente presso un liceo di Scienze Umane in Toscana, che ha perso il suo insegnante di sostegno di sempre perché un algoritmo ha deciso di spostarlo altrove (tra l’altro, i genitori avevano firmato a fine anno la richiesta per la continuità didattica come previsto dal Decreto Ministeriale n. 32 del 26 febbraio 2025, convinti che ciò significasse garantirla).

 

Invece NO. Anni di fiducia, continuità, di lavoro costruito giorno dopo giorno, sono stati cancellati con un click da una procedura fredda e impersonale.
Per questo adolescente non è un semplice cambio di docente: è uno strappo emotivo, una continuità che viene a mancare. Perché i giovani che hanno bisogni speciali non chiedono solo competenza, ma soprattutto stabilità, punti fermi, volti conosciuti. Insegnanti che capiscono le loro paure, che conoscono le loro difficoltà e che sanno come sviluppare i loro punti di forza.

 

Purtroppo, non è l’unico caso dal momento che questa vicenda riguarda tanti ragazzi, troppi. Ed è il segno di una scuola che, in nome della burocrazia, rischia di dimenticare la sua missione più vera: mettere al centro le persone, soprattutto quelle più fragili, essere un luogo di crescita dove l’ascolto, la relazione, la cura contano.

 

La tecnologia è uno strumento prezioso se resta al servizio delle persone.
Un algoritmo può organizzare, ma non può capire la paura di un ragazzo, la fiducia costruita con fatica, la fragilità che chiede protezione. E allora la freddezza delle regole diventa ingiustizia.

 

 

 

 

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