Il 26 giugno scorso c’è stata una storica sentenza a Vicenza per il maxiprocesso Miteni-PFAS.
Dopo anni di battaglie, la giustizia si è pronunciata con 11 condanne, pene da due anni e 8 mesi fino a 17 anni (per un totale di 141 anni di carcere) e maxi-risarcimenti per oltre 140 milioni di euro.
È la prima volta che in Italia si riconosce penalmente l’avvelenamento da PFAS e il legame diretto con una morte sul lavoro.
Ma basta una sentenza a bonificare l’acqua, la terra e la fiducia di migliaia di persone esposte senza saperlo?
No, non basta perché le sentenze non depurano le falde, non guariscono i corpi, né restituiscono la fiducia tradita.
Invece, serve una bonifica urgente e concreta del territorio, servono studi epidemiologici seri e, soprattutto, una sanità che ascolti e aiuti chi ha respirato e bevuto veleni per anni.
Serve anche che, in futuro, la sentenza d’appello non ribalti la sentenza di primo grado, cosa in teoria possibile perché l’appello è un nuovo processo, con possibilità di riesaminare le prove, ascoltare nuovi testimoni, valutare elementi non emersi o sottovalutati nel primo grado.
Inoltre, i reati ambientali sono complessi e spesso oggetto di letture divergenti tra giudici diversi.

