Il dopo Coronavirus: se torneremo alla stessa vita di sempre non “andrà tutto bene”

Quella che stiamo vivendo con il nuovo coronavirus è un’esperienza drammatica che ci mette di fronte ai nostri errori.

I microrganismi governano il mondo da miliardi di anni ma, a causa di scelte e azioni irrispettose nei riguardi dell’ambiente, si sono alterati delicati equilibri con pesanti ripercussioni sulla nostra salute.

Pubblico l’intervista che mi ha gentilmente rilasciato il Dottor Giuseppe Miserotti, medico di lunga esperienza e membro ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente). Il mio consiglio è di prendervi del tempo per leggerla con attenzione perché è densa di preziosi spunti di riflessione.

 

Quanto i cambiamenti climatici influiscono sui patogeni?

“Il clima è un elemento fondamentale nel condizionare la nostra vita; ma lo è altrettanto per gli ecosistemi e quindi anche per virus, batteri, funghi. Molti di questi sono portati da insetti vettori che a causa dei mutamenti di clima si riproducono più facilmente. Tra questi le zanzare di varia specie sono le principali responsabili della diffusione di agenti patogeni che annualmente causano nel mondo circa 700 mila decessi per malaria, dengue, febbre gialla. Le temperature più miti hanno favorito lo spostamento in zone temperate e ad altitudini inconsuete di insetti esotici portatori di virus responsabili di febbre del Nilo, Zika, Chikungunya. La febbre del Nilo è presente in diverse regioni italiane e ricordo un focolaio nel 2008 in una zona del delta del Po, a Mantova e più recentemente, nell’estate del 2018, un focolaio epidemico in Emilia Romagna con alcune forme neuro-invasive che hanno causato un certo numero di decessi. La Chikungunya, che già nel 2007 si era manifestata con un focolaio nel ravennate, nell’estate del 2017 è assurta all’onore delle cronache per due focolai, rispettivamente nell’area costiera metropolitana di Roma (Anzio) e in Calabria. 

Inoltre lo scioglimento dello strato di ghiaccio (permafrost) del territorio siberiano ha riportato in superficie spore di antrace e frammenti del virus del vaiolo e della spagnola del 1918. Gli studiosi di quell’area hanno anche riportato la presenza di batteri vivi congelati nei mammut venuti in superficie risalenti a milioni di anni fa. Questi fatti, secondo gli studiosi, non lasciano tranquilli circa  le possibili ricadute epidemiologiche future di queste rilevazioni. Uno studio pubblicato su Nature ha dimostrato che il riscaldamento globale starebbe provocando in diverse aree del mondo un aumento delle resistenze agli antibiotici in diverse categorie di batteri”.

 

Il riscaldamento globale può influenzare anche la comparsa di virus e batteri pericolosi  per l’uomo? E quanto può aver influito nella comparsa di questo nuovo coronavirus?

“Sono circa 30 anni che l’OMS aveva lanciato l’allarme sugli effetti che i cambiamenti di clima avrebbero potuto avere sulla trasmissione delle malattie infettive. Un aumento di 1° di temperatura modifica non solo il comportamento di batteri, virus, funghi e protozoi ma anche le modalità di diffusione delle malattie correlate. 

Temperatura, precipitazioni e quindi tasso di umidità, condizionano il livello di contagiosità dei virus; il fatto, già studiato con i virus influenzali, è stato confermato anche nel Coronavirus da un recente studio durante l’infezione in corso in Cina. In linea di massima si può dire che la contagiosità è maggiore con aria fredda e secca e diminuisce con clima caldo e umido. Il range ideale per la proliferazione del virus sarebbe tra 0° e 10° C”.

 

Quanto le attività umane – mi riferisco, ad esempio, al taglio di alberi e alla distruzione delle foreste, alla cementificazione, alle monocolture gestite chimicamente – hanno cambiato e stanno cambiando l’ambiente del nostro pianeta? E quanto influisce la distruzione della biodiversità nel controllo reciproco tra le diverse dimensioni biologiche?

“Entro certi limiti gli ecosistemi in presenza di elementi di stress si adattano alla perdita di biodiversità ma se ne  riduce la complessità. Tutto questo può avere effetti di lunga durata e, in mancanza di condizioni di ripresa, la biodiversità rimane compromessa in modo definitivo. I responsabili di questi cambiamenti vanno proprio ricercati nella eccessiva conversione dei terreni in agricoltura intensiva che richiedono enormi utilizzi di acqua per colture predisposte per gli allevamenti intensivi di bovini, suini, pollame con impronta ecologica molto pesante e non sostenibile. 

Anche l’ambiente marino è stato profondamente modificato dall’eccesso di pesca e da un inquinamento significativo. I 3/4 della terra e i 2/3 circa dei mari hanno subito modificazioni significative. La cementificazione del territorio ha prodotto oltre che una impermeabilizzazione dei terreni, con ricadute negative nella capacità di assorbire acqua durante i frequenti fenomeni estremi di piogge torrenziali, anche un progressivo restringimento di habitat per le diverse specie che animano il territorio. 

In alcuni decenni la mano dell’uomo ha prodotto una riduzione drastica del numero dei vertebrati (circa il 60%). Molti studiosi del settore parlano così di sesta estinzione di massa con riduzione drammatica della biodiversità. La prof.ssa Capua, virologa molto presente nelle cronache attuali sul coronavirus, ha affermato che con molta probabilità se l’uomo non fosse stato così invasivo di spazi storicamente abitati dalle disparate specie animali di quei territori rispettandone gli equilibri, probabilmente il coronavirus si sarebbe disperso tra quelle specie senza entrare prepotentemente  nella storia degli uomini nel modo drammatico cui stiamo assistendo”. 

 

L’inquinamento atmosferico può peggiorare le conseguenze dell’esposizione ai virus e ai batteri? Con che effetto l’accumulo dei contaminanti (ad esempio particolati) impatta sull’epitelio polmonare?

“L’inquinamento atmosferico risulta essere uno dei più grandi problemi provocati dall’uomo. È stato l’utilizzo massiccio delle combustioni dei combustibili fossili a provocare un aumento del particolato fine nell’aria. Ma vorrei ricordare come anche la combustione dei rifiuti con gli inceneritori ha incrementato la presenza nell’aria di polveri fini e di sostanze tossiche che impattano fortemente sulla salute. 

I particolati, ad esempio, sia il cosiddetto PM10 che 2,5 provocano nelle vie respiratorie uno stato di permanente infiammazione e solo una parte del particolato di dimensioni più grandi viene depurato e rimosso dall’efficace epitelio vibratile di cui siamo dotati. Ma le polveri ultrasottili (PM1 e inferiori) in pochi minuti dalla loro inalazione passano nel sangue con ricadute sia acute che croniche sulla nostra salute. Risulta evidente che questo stato infiammatorio protratto favorisce, per diminuzione delle difese locali, la possibile infettività da parte di batteri,virus ed altri patogeni. 

Voglio anche ricordare che in Italia le morti premature dovute all’inquinamento dell’aria  per le PM 2,5 sono oltre 46000 all’anno (siamo primi in Europa e all’undicesimo posto nel mondo)”.

 

Il particolato atmosferico (PM10, PM2.5) può costituire un vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali o batteriche?

“Noi siamo costantemente contornati da virus e batteri che in maggioranza non sono patogeni e quando lo sono abbiamo un sistema immunitario che reagisce in modo positivo. Ho detto prima che lo stato di infiammazione cronica delle vie aeree dovuto all’inalazione di inquinanti costituisce un fattore facilitante la possibilità di infezioni. Su questo esiste un’ampia letteratura di decenni ormai consolidata. 

Sull’effetto ‘carrier’ del particolato mi sento di dire che sono recentemente stati pubblicati alcuni studi che evidenzierebbero questa possibilità. Personalmente mi sentirei di affermare che alcuni elementi emersi possono essere interessanti spunti per ulteriori studi ma, data la labilità extracellulare dei virus e quella relativa alle variazioni ambientali repentine di fattori fisici, come temperatura, umidità e fattori irradiativi, occorrono dimostrazioni ulteriori di una simile resistenza dei virus a queste variabili”.

 

Perché secondo lei si sono registrati più contagi e più morti in Pianura Padana e minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia? Al di là dell’inquinamento dell’aria che è maggiore, è possibile che abbia anche influito la peculiarità territoriale in cui la circolazione d’aria è più limitata? Si può parlare dell’inquinamento come di un fattore maggiormente predisponente per le regioni più colpite?

“Le due grandi catene montuose entro le quali si sviluppa la Pianura Padana svantaggiano il ricambio d’aria e quindi non consentono, se non raramente,  a correnti che vi penetrano, di avere una capacità di depurazione dell’aria di questo territorio. Altre ragioni favorenti sono quelle che ho elencato poco sopra. Per il resto tutta l’epidemiologia del coronavirus e quindi gli aspetti di maggiore infettività e gli esiti sono fattori di cui non conosciamo ancora molto se non il fatto che è assai verosimile che all’alta contagiosità abbiano contribuito sia alcuni fattori intrinseci del virus che l’elevato numero di portatori asintomatici specie nel primo periodo”. 

 

L’inquinamento dell’acqua e del suolo può alterare l’equilibrio del nostro intestino e quindi del nostro sistema immunitario?

“Esiste una quantità di studi che evidenzia la responsabilità di queste forme di inquinamento come capace di interferire sul nostro sistema immunitario. Dai dati ufficiali ISPRA sulle falde acquifere in Italia risulta il pesante inquinamento sia di quelle superficiali che di quelle profonde. Vi sono contenute miscele di pesticidi tra cui il glifosato e il suo metabolita (l’AMPA). Queste sostanze hanno effetto di interferenti endocrini e molti altri, tra cui una interferenza sulla flora batterica intestinale, il cosiddetto microbiota, fondamentale per l’assetto immunitario del nostro organismo. 

In particolare il glifosato provoca una diminuzione dei bifidobatteri che interferiscono sulla scissione del glutine e favorisce la formazione di anticorpi antitransglutaminasi; la riduzione di lattobacilli prodotta dalla sostanza causa malattie autoimmuni della tiroide, stati infiammatori intestinali specie da intossicazione di acido solfidrico etc. 

Per quanto riguarda il suolo uno dei problemi emergenti è quello relativo alle microplastiche, cioè a quei microscopici frammenti di plastica che derivano dalla frammentazione delle plastiche più grossolane e che possono essere assorbite tramite la catena alimentare vista la loro presenza nei fanghi di depurazione (pesce, frutti di mare, sale, zucchero, miele, verdura etc.). Un recente, studio clinico condotto presso l’Università di Vienna (Schwabl et al., 2018), ha stimato che oltre la metà della popolazione  è a rischio di ingestione di microplastiche. Il rischio per la salute delle persone sarebbe connesso alla probabilità che esse hanno di attraversare la barriera intestinale e quindi di interagire, oltre che sul microbiota intestinale, su geni che controllano gli equilibri endocrini, l’infiammazione, la risposta immunitaria”.

 

Quanto l’abuso degli antibiotici, penso anche a quelli assunti attraverso la carne che arriva dagli allevamenti intensivi, può modificare il nostro microbiota, di conseguenza la nostra immunità, e quindi nel tempo renderci più vulnerabili? 

 “Il problema dell’antibiotico resistenza è un problema davvero drammatico; dei 33.000 decessi che avvengono nei Paesi Ue ogni anno, per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10.000 si registrano nel nostro Paese.

I medici possono avere la loro parte di responsabilità per un utilizzo non congruo di queste fondamentali molecole; esiste poi il problema dell’autoprescrizione da parte dei pazienti anche per forme sicuramente non responsive all’utilizzo della terapia antibiotica cioè tutte le virosi. Ma ricordo che il 70% della produzione di antibiotici nel mondo viene utilizzato negli allevamenti intensivi. Piccole quantità giornaliere di antibiotico contenute nella catena alimentare finiscono per avere un effetto importante sui batteri del microbiota; esistono prove evidenti del trasferimento di geni di resistenza da batteri enteropatogeni a batteri che rappresentano i comuni commensali del microbiota stesso. Quest’ultimo rischia di diventare così una vera e propria riserva di geni di resistenza”. 

 

Dunque si può sostenere che anche un’alimentazione animale a base di mangimi contenenti antibiotici favorisca nel tempo lo sviluppo di batteri e  virus sempre più resistenti e aggressivi?

“Diciamo che, da un lato, la compromissione del nostro microbiota ad opera delle piccole quantità giornaliere di antibiotico contenute nella catena alimentare ci rende più vulnerabili, dall’altro, l’utilizzo di antibiotici sugli animali provenienti da allevamenti intensivi favorisce una selezione sui loro virus e batteri che mutano velocemente verso ceppi e tipi più aggressivi anche verso la specie umana. È ciò che è avvenuto per l’influenza aviaria e suina”.

 

Cosa ci sta insegnando questa pandemia?

“Si tratta di un’occasione storica per una riflessione profonda per evitare in futuro nuove probabili pandemie. Le condizioni di stress che l’uomo ha prodotto sul pianeta alterando profondamente l’ambiente con  la perdita di biodiversita, l’alterazione degli habitat delle diverse specie, causando cambiamenti climatici, dovranno essere sostituite da processi virtuosi come l’economia circolare nei processi produttivi sia nel campo dell’agricoltura che nei processi industriali; si dovranno valorizzare progressivamente le energie rinnovabili che sostituiranno completamente l’utilizzo delle fonti fossili. Bisognerà ripensare la politica dei trasporti e ridurre gli allevamenti animali intensivi che non sono più  sostenibili. La politica del territorio dovrà essere molto più attenta a non favorire fenomeni di urbanizzazione spinta. Oggi abbiamo città disumanizzate e caotiche con milioni di abitanti e una pressione ambientale spaventosa. 

Sul piano assistenziale bisogna ripensare in termini fortemente connotati alla natura di servizio pubblico del nostro SSN. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad un progressiva privatizzazione del sistema, con tagli di bilancio, chiusura di ospedali, centralizzazione di servizi, senza pensare alla necessità di una valorizzazione della prevenzione come elemento determinante di salute. In questo percorso si sono perse alcune professionalità che si curavano degli aspetti di igiene anche dal punto di vista organizzativo in funzione di eventi straordinari come quello che stiamo vivendo. 

Occorreranno sforzi scientifici, culturali e formativi per formare medici con una visione globale dell’uomo e della scienza medica; oggi non è più accettabile che non esista nel curriculum formativo degli studenti di medicina un corso di medicina ambientale vista la sempre più dimostrata ed ampia ricaduta dell’ambiente sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi”. 

 

Nel concludere questo lungo post ringrazio ancora il Dottor Miserotti per la disponibilità dimostrata. 

Non è la prima volta in questo blog che mi occupo di ambiente, consapevole di quanto la nostra salute sia interconnessa a quella del pianeta. Spero nel mio piccolo con questa intervista di aver contribuito ad accrescere comprensione e consapevolezza e che un domani, passata l’emergenza, possano essere riviste tante cose perché, se torneremo alla stessa vita di sempre, no, non andrà tutto bene. 

 

Dr. Giuseppe Miserotti

isde.it

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